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Amore Fedele

Non tutte le storie d’amore cominciano con un colpo di fulmine. Anzi, quelle che poi si rivelano durature e solide sono spesso tutt’altro che “a presa rapida“; richiedono tempo, voglia, conoscenza reciproca, pazienza e anche un po’ di buona sorte. Ma c’è poi una terza via che conduce all’amore: l’incontro-scontro. Un colpo di fulmine al contrario, per semplificare. Prima impressione pessima, totale rifiuto, diffidenza, disinteresse; poi però accade qualcosa, una parola, uno sguardo, un gesto e tutto si fa chiaro. Come dall’oculista in attesa delle lenti giuste, basta un clic e improvvisamente arriva quella sensazione che ti fa dire: “eccoci, ci siamo“.

Così nel calcio e soprattutto a Bari. Ma difficilmente, anche in una storia ultracentenaria di questo tipo, si era assistito a tanto in così poco tempo. Parliamo di Matteo Fedele, professione centrocampista. Approda a Bari in estate tra l’indifferenza generale e un po’ di diffidenza che da queste parti non manca mai. Del resto, però, a Carpi era riuscito a mettersi in evidenza solo tra gli esperti di fantacalcio per il suo abbonamento alla sezione “indisponibili”. Un brutto infortunio gli ha fatto saltare la stagione e per lui, svizzero di nascita (è di Losanna), il rilancio prende altre vie, ma non colori diversi dal bianco e rosso.

Il Bari, però, stenta e lui non brilla. Qualcuno lo considera lento, altri lodano le sue geometrie ma è la squadra a non avere gioco. Quindi arriva il cambio in panchina: dal giovane Stellone al più navigato Colantuono. Per lui cambia poco e la considerazione nelle sue qualità resta alta. Gioca subito con lo Spezia e le cose sembrano mettersi bene: squadra in vantaggio e vittoria vicina, ma a poco dalla fine accade l’imponderabile. Un pallone crossato dalla destra attraversa l’intera area, guizza in una selva di gambe e quando l’appoggio in angolo, per non correre rischi, sembra cosa fatta i piedi si muovono fuori controllo, ne nasce una rabona e un gol che non fosse nella porta difesa dal tuo portiere avrebbe fatto il giro del mondo.

Autogol, due punti persi e il mondo che crolla addosso, insieme a tutto il becero che il bar sport, ormai virtuale, sa tracimare in situazioni del genere. Calcioscommesse, risultato pilotato, combine, autogol voluto. Una settimana di fuoco e un mare di melma alimentato da chi pensa di poter dare sfogo alle proprie frustrazioni e più infimi istinti, “nascosto” dietro una tastiera. Fino al barlume di lucidità che finalmente arriva a squarciare giorni di parole e offese gratuite; la tifoseria organizzata decide di stare vicino al ragazzo, gli regala una sciarpa, gli dimostra affetto, lo abbraccia virtualmente e non. Ricambiata. Fedele torna a sorridere.

Con il Carpi si accomoda in panchina dall’inizio, quasi Colantuono volesse fargli riprendere contatto gradualmente con quel cavallo che, una settimana prima, lo aveva disarcionato. Entra nel secondo tempo, accolto da un’ovazione di incoraggiamento, e gli bastano dieci minuti per intuire lo svolgimento di un’azione offensiva, scorgere un cross ancora dalla destra e avventarsi, questa volta nell’area giusta, su un pallone che finisce la sua corsa alle spalle del portiere avversario. Gol, gara chiusa e corsa sotto la curva a mostrare quel cuore che ha ripreso a battere e nel quale ormai è entrato a tutti gli effetti.

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