Le StoriePersonaggi

Si sono mangiati il galletto

Roberto era sceso dalla nave da crociera con il suo panama calzato in testa e la macchina fotografica allacciata al collo. La guida sulla banchina del molo si era raccomandata dicendo che Bari ormai era una città tutto sommato tranquilla, ma che era preferibile comunque prestare attenzione. Soprattutto nella città vecchia. La Basilica di San Nicola era stata una scoperta incredibile. Si trattava di una chiesa romanica imponente perché i marinai potessero scorgerla dal mare nonostante le massicce mura di difesa.

Roberto aveva proseguito sul lungomare, gustandosi il cielo di un blu incredibilmente luminoso e quella focaccia così speciale, croccante. Aveva trovato l’inquadratura perfetta per immortalare le vecchie barche dei pescatori e il loro groviglio di nasse, quando, all’improvviso, aveva sentito un grido incomprensibile provenire dall’arco che collegava la città vecchia al lungomare. E per un attimo aveva pensato: “Ecco, mi stanno per scippare! Ma proprio a me deve succedere?”

« Si sò mangiat u gardidd! Si so mangiat u garddid! »

Si era girato e aveva visto un vecchietto. Poteva avere 70 anni, secco secco, sul viso quei solchi che il sole scava negli anni. Vociava, nemmeno fosse al teatro dell’opera. Quando gli arrivò a due passi, Roberto chiese:

«Si sente male? Ha bisogno di aiuto? »

Ma quello continuava a gridare in una lingua strana, incomprensibile. Adesso si era avvicinato ulteriormente e scuoteva Roberto per le spalle ripetendo sempre la stessa frase:

«Si sò mangiat u gardidd!»

«Guardi che non la capisco! E mi levi le mani di dosso!»

Ciccil u Gnor – Francesco il Nero – arrivò qualche secondo dopo. Era un quarantino visibilmente sovrappeso, con una lunga barba rossa e la pelle bianchissima. Perché, si sa, a Bari i soprannomi vengono messi per sfottere. Aveva il fiatone: era da un pezzo che stava inseguendo Colin u Pisc, Nicola detto il Pesce, perché parlava in continuazione. E per di più gridando.

«Colin, Colin, statt calm! U cristian do iè frstir! Non t capisc!»

Roberto adesso era convinto per davvero che i due lo volessero rapinare e istintivamente mise le mani a protezione della macchina fotografica. Ma poi, il signore bianco bianco – che nemmeno al nord ne aveva visti di così – si rivolse a lui in un italiano perfetto, solo colorito da una pesante cadenza meridionale:

«Le chiedo scusa per il mio amico!»

«Non, non… c’è problema. Ma si sente male?»

«No, sta bene, sta bene! Colin, assitt’ do nu pic!»

«Ma cosa ha detto?»

«Il problema è che veniamo dalla presentazione che c’è stata proprio adesso sul nuovo simbolo della squadra della città. La conosce La Bari?»

«Il Bari?»

«No, qui in città diciamo La Bari»

«Perché?»

«Perché per noi è come ‘na bella femmn! Perdi la capa. Esci pazzo!»

«Ma cos’è di preciso che urlava il suo amico?»

«Che si sono mangiati il galletto.»

«Ah, anche mia moglie lo faceva bene, sa?»

«Che cosa?»

«Il galletto con le patate. Una squisitezza. Allora le do la ricetta: mia moglie prendeva il galletto, non quello del supermercato… »

«Ma che ha capito? Mica il galletto vero! Parliamo del simbolo della squadra, della Bari. Il galletto non appare più.»

«Ah! Ma non mi sembra una tragedia!»

«ll problema è che qui, Colin… Anzi, a proposito, io sono Ciccill. Scusi, Francesco.»

«Piacere, Roberto» rispose il turista allungando la mano destra, ma tenendo ben stretta quella mancina sulla macchina fotografica.

«Dicevo, il problema è che qui il galletto è un simbolo. Sia io che il mio amico Nicola lo avevamo scelto quando c’è stato il referendum quasi 40 anni fa. Ci volevano dare lo scoiattolo» spiegò Francesco scuotendo dal basso verso l’alto, sotto il naso di Roberto, la mano con le cinque dita chiuse, a cono. Come a dire: «Ma si rende conto?»

«Uno scoiattolo? E chi lo ha mai visto? Noi abbiamo detto no. Abbiamo scelto il galletto. Perché il galletto era il simbolo della baresità, come modo d’essere», continuò Francesco mentre Nicola, stranamente, taceva.

«Non ho capito. Che vuol dire?», chiese Roberto.

«U gardidd, il galletto, è fiero: ha la testa sempre alta, guarda sempre davanti. Nessun altro può disturbarlo nel suo pollaio. Che se no, s’incazza!»

«Capito» fece Roberto ancora preoccupato per i due personaggi che gli parlavano di un argomento totalmente sconosciuto, toccandolo e gesticolando di continuo.

«E poi noi c’eravamo affezionati.»

«Ma vi hanno lasciato senza simbolo?»

Intanto Nicola sembrava essersi calmato e, pur continuando a scuotere la testa, seguiva il discorso interessato. In aggiunta, s’era anche infilato in bocca uno stuzzicadenti lercio preso da qualche tasca.

«No, no anzi! Ora abbiamo un simbolo complesso, con tante cose dentro.»

«Cose?»

«Sì, sì, cose! Ci sta Sant Ncol, il nostro patrono, le linee che rappresentano la squadra e poi alla fine hanno lasciato la cresta del galletto.»

«Ah, ma allora c’è il galletto?»

Allora Nicola fisso Roberto e disse:

«Solamend nu stuzz»

«Eh?» fece Roberto guardando Ciccill

«Solo un pezzo.» ripeté Nicola, stavolta in italiano.

«Ah! Ma come mai hanno cambiato il simbolo?»

«Perché la vecchia società è fallita e questo è il simbolo della nuova.»

«Signor Colin, io non ho capito molto di tutta questa storia, ma una cosa gliela posso dire. Il galletto se lo saranno anche mangiati, ma la cosa più importante rimane tenere alta la cresta.»

Lo sguardo di Colin s’accese: aveva dentro tutte le speranze del mondo. A quell’affermazione di Roberto l’uomo cominciò a guardare il nuovo stemma in un modo diverso. Di tutta risposta, si alzò e abbracciò Roberto, il quale rimase interdetto e con le braccia lungo i fianchi.

«So capsciut! La crest!»

Roberto si congedò da Ciccill e Colin. Fece due passi e sentì un motorino che si fermava appena prima di lui vicino la panchina dove era seduto Colin. Si girò e vide un ragazzino, con il casco a forma di scodella rigorosamente slacciato e indossato sopra un cappellino con la visiera. Il ragazzo parlava con Nicola: Roberto non capì quello che si dicevano, ma riuscì a percepire solo qualcosa:

«Nonno, e fattil na risat ogni tant! U bar iè fort! »

Allontanandosi verso il porto, Roberto sentì Colin e Ciccill invocare i morti di qualcuno. Si girò, il tempo di vedere i due uomini ricominciare a correre, gesticolando come dei pazzi. Alzò il passo: meglio tenersi stretta la macchina fotografica. La passeggiata lo aveva stancato. In quel momento, come gli sarebbe piaciuto mangiarsi il galletto preparato da sua moglie!

La cresta gliela avrebbe lasciata ai baresi.

photo credit: barloventomagico via photopin cc

Post precedente

Da quando sono nato io tifo te, di Edoardo Gallo

Post successivo

Babbo Natale é biancorosso. di Gerardo (Dino) Cosa.

marco.guario

marco.guario

Nessun commento

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>