Le StoriePersonaggi

I primi cento giorni di Fabio Grosso

Fabio Grosso

(spoiler: è un post lungo)

In quello strano territorio posto al confine tra politica, giornalismo e comunicazione, le reali intenzioni di un politico appena insediatosi sono valutate nei primi cento giorni. Dichiarazioni, azioni, incontri: quest’intervallo temporale rappresenta un manifesto di ciò che ci si può aspetta da qualcuno – o proprio no. What is and what should never be. Ma politica e calcio non sono la stessa cosa, nonostante toni esacerbati spesso comuni. Soprattutto, il tempo della politica non è il tempo del calcio. In politica possono passare intere legislature senza concreti sviluppi su un tema; nel calcio un allenatore può saltare già nel precampionato. Il calcio non ha pazienza, e cento giorni sono tanti. Sono quasi un terzo di stagione.

Stagione, sì. Perché, oltre ad avere tempi diversi, il calcio – lo spiega Nick Hornby, in “Febbre a 90°” – ha anche scale diverse. “I tifosi di calcio parlano in questo modo: i nostri anni, le nostre unità di tempo vanno da agosto a maggio (giugno e luglio non esistono neanche, soprattutto negli anni dispari, che non hanno i mondiali o gli europei). Chiedeteci quale è il periodo migliore o peggiore della nostra vita e il più delle volte vi risponderemo con un numero a quattro cifre – 66/67 per i tifosi del Manchester United, 67/68 per quelli del Manchester City, 69/70 per quelli dell’Everton, e così via – recante nel mezzo un silenzioso trattino, unica concessione al calendario in uso nel resto del mondo occidentale. Ci ubriachiamo l’ultimo dell’anno, come tutti, ma in realtà è dopo la finale di Coppa, in maggio, che facciamo ripartire il nostro orologio interiore, e ci lasciamo andare alle promesse e ai rimpianti e agli impegni di rinnovamento che le persone normali si concedono alla fine dell’anno tradizionale“. Ecco perché i primi cento giorni del Bari 17/18 di Fabio Grosso possono essere ben più di un manifesto.

Nella sua presentazione ufficiale, Fabio Grosso, in camicia e con la barba appena accorciata, è visibilmente emozionato. Quasi imbarazzato, nella sua prima conferenza stampa – come dice lui – da allenatore “dei grandi”. Non serve aver visto Lie to me per affermarlo: il suo viso è un libro aperto, gli occhi che brillano parlano per lui. Basta aspettare la terza domanda per cogliere riferimenti alla sua carriera da calciatore, alle competizioni internazionali, al Mondiale 2006 in Germania. È un aspetto inscindibile da lui, il suo passato: non puoi far finta che non esista. Non puoi far finta che non abbia mai tirato quel pallone a giro alla destra di Lehmann, o che Barthez sia stato fulminato da qualcun altro. È una specie di tacita intesa tra lui e chi lo ascolta: “Ok, tu adesso alleni la mia squadra e ti considero per questo. Ma sei anche tanto altro, e lo sappiamo entrambi”. So chi sei e cosa hai fatto. Occhiolino.

“È stato un grande onore ricevere questa telefonata [di Sogliano], è stato un grande onore ricevere questa opportunità”. Uno dei capisaldi della retorica di Fabio Grosso è concentrato in questa frase. Umiltà. Un concetto piacevolmente nuovo, che arriva dopo mesi in cui l’acredine tra il suo predecessore e la piazza – anche per qualche aspetto di natura caratteriale difficile da limare – è esplosa nella contestazione di Bari-Ascoli, una volta certificata l’impossibilità di partecipare agli ultimi playoff. Umiltà, ma anche lavoro, determinazione, coesione (“Credo tanto nella coesione di squadra, nella coesione tra staff, allenatore e squadra, nella coesione tra staff, allenatore, squadra e tutto ciò che circonda la squadra: sicuramente non si possono prendere gratuitamente queste cose, proveremo a conquistarle con il lavoro sul campo, quotidianamente”). Sembrano parole di circostanza, ma è il linguaggio del corpo a tradire Grosso: di finto non c’è niente.

A volte, conquistati dal nostro interlocutore, si è alla ricerca della frase che, da sola, ti possa riassumere il personaggio che hai di fronte. Nel caso di un allenatore di calcio, anche il suo credo sportivo. Intervistato sui moduli a lui più congeniali, nel caso di Grosso è emblematica una dichiarazione: “Ho usato diversi moduli. Più che definire i moduli, mi piace definire i modi. Non cambia il modo di giocare in base al modulo che si usa: non è determinante il modulo”. Lo dimostrerà dalla quinta di campionato in poi.

Oltre che in conferenza stampa (“Caratterialmente non ho mai amato essere sotto le luci dei riflettori. So che ho un ruolo che impone il fatto di doverlo essere e credo di poter essere bravo a starci”, “Ho un carattere solare, anche se mi piace condividerlo con le persone a me vicine: sono anche molto socievole, anche se a tratti forse non è sembrato”), una naturale ritrosia di Grosso al palcoscenico viene confermata – anche letteralmente – nella prima uscita pubblica barese, in occasione della presentazione della squadra a Pane e Pomodoro. Anche qui, davanti a centinaia di tifosi, l’ex allenatore della Primavera della Juventus è sembrato determinato ma schivo, riservato. Quasi timido. Sessanta secondi, due frasi e via, insistendo sui soliti concetti (“Proveremo a meritarci giorno dopo giorno, dando anima e corpo sul campo, questa vostra accoglienza: per il momento non abbiamo fatto niente per meritarcela”). Come possa intimorirsi l’autore di un gol decisivo ai padroni di casa, in uno degli stadi che incute più timore al mondo, a un minuto dalla fine dei tempi supplementari in una semifinale mondiale, rimane un mistero, ma anche uno come Marco Materazzi, che lo conosce molto bene, rimarca il suo essere “molto equilibrato, molto tranquillo”. L’aspetto caratteriale rischia di giocare un ruolo centrale, in un ambiente umorale e non nuovo a vivere momenti al limite dello psicodramma sportivo.

Il precampionato del Bari 17/18 scorre serenamente. In campo si segnala la buona vena di Riccardo Improta, che ammette di non aver mai segnato così tanto in ritiro (per lui tripletta al Pinè e un gol alla Fiorentina, alla Virtus Vecomp Verona e al Trento); fuori, già a luglio la rosa è allestita a un buon 70%, salvo un’impennata di facce nuove a fine agosto. A luglio arrivano Busellato, Masi (che ripartirà), Improta, De Lucia, Tello, Nenè e D’Elia e tornano Capradossi e Floro Flores, le sliding doors di agosto portano Fiamozzi, Iocolano, Marrone, Berardi, Kozak, Gyomber, Petriccione, Cissè e Anderson. L’idea di calcio di Grosso è la trasposizione sul campo di ciò che spiega davanti ai microfoni: lavoro, gruppo, determinazione, unità. Già dalle prime amichevoli sembra essere una squadra che cerchi di avere sempre il pallone tra i piedi per giocarlo: piuttosto si rischia di trovare tutti i corridoi chiusi, nel peggiore dei casi si rischia di perderlo, ma non si rinuncia mai a costruire. Colantuono era un’altra cosa. Quest’anno la giocata del singolo è funzionale a esaltare il gruppo e a metterlo nelle condizioni di esprimersi al meglio, l’anno scorso – tranne rarissime eccezioni – la giocata del singolo serviva piuttosto a mascherare i limiti e i difetti nella costruzione del gioco. Una rivoluzione copernicana.

La pietra angolare del Bari 17/18 è proprio una delle pochissime note positive ricevute in eredità dalla scorsa stagione, insieme a cumuli di macerie. Nello schieramento di Grosso è centrale – letteralmente – Migjen Basha, del quale si parla sempre troppo poco. Tralasciando Brienza, che agiva più avanti e partendo da posizioni più decentrate, l’anno scorso era l’unico direttore d’orchestra, cercando di sopperire alle lacune strutturali di una manovra davvero asfittica. L’albanese, spesso messo sotto accusa per alcune sue caratteristiche, non è un regista vero: non è Daniel Andersson, ma consente uno sviluppo ordinato della manovra. Grosso, che ha deciso di non rinunciare a creare gioco, lascia che le azioni partano dalle retrovie (non è casuale l’impiego di Marrone in difesa) e si sviluppino passando dai piedi del numero 8.

Le prima due uscite casalinghe in Coppa Italia si assomigliano. Per tipologia di avversario (neopromosse in serie B, dopo anni trascorsi in A), uomini impiegati, modulo, risultato. E per un San Nicola in pessime condizioni. Sia col Parma che con la Cremonese l’avvio è in salita, con gli ospiti che passano in vantaggio – con gli emiliani addirittura alla prima azione, trasformando un rigore per atterramento di Baraye in area. Ma dopo qualche minuto di studio la squadra non si disunisce, cercando di far girare il pallone senza mai buttarlo via. Col Parma l’uomo della provvidenza è Galano (l’assist del primo gol è proprio di Basha), in una partita in cui spiccano, oltre al foggiano, un Tello pur fuori ruolo e un Salzano ben diverso da quello evanescente visto nei mesi scorsi; con la Cremonese ci pensano lo stesso Salzano e Nenè.

Il “primo giorno di scuola”, per la prima partita “vera” di Fabio Grosso su una panchina di un club di serie B, oppone al Bari il Cesena di Camplone. Forse non il peggior avversario possibile (che, non a caso, dopo la partita tornerà sul mercato e porterà al Manuzzi – qui siamo nostalgici – Daniele Cacia), ma che mostra da subito le due facce del Bari di inizio stagione. Un inizio diesel, tante geometrie, tanti fraseggi in velocità, un Tello con sette polmoni, ma anche qualche brivido dietro. Se fossimo andati sotto dopo pochi minuti forse ora parleremmo di un altro avvio di stagione, ma la supremazia è netta, a tratti schiacciante. Il primo gol in campionato è di Improta, il secondo, di Galano, è da playstation, il terzo, di Tonucci di tacco (no, non è un refuso), è fantascientifico.

Chiaramente dopo Cesena la piazza è in fibrillazione, complici anche alcuni giudizi su Sky (“Questo Bari gioca come il Real Madrid”). Esattamente quello che qui non serve. Il primo test fuori Bari è in casa di una delle candidate alla promozione, l’Empoli dell’ex Caputo. Anche al Castellani il Bari parte come un diesel e si sveglia dopo 15’, ma stavolta dopo 15’ siamo 0-2. Doppietta di Caputo, che dopo il primo gol non esulta ma al secondo se ne frega. Tra i due splendidi gol di Tello e D’Elia l’Empoli ha modo di mandare in gol anche Donnarumma per il 3-2 finale.

Il risultato del Castellani ci consente di fare delle considerazioni: alcune erano ipotizzabili, altre meno. Che l’attacco dell’Empoli fosse uno dei tre migliori attacchi della categoria lo potevamo anche ipotizzare, nonostante i baresi abbiano sentimenti piuttosto polarizzanti verso Ciccio Caputo, che – piaccia o no – ha sempre segnato e continuerà a farlo. Ma l’analisi su Caputo sarebbe parziale se riguardasse solo aspetti calcistici e tecnici. Per un giudizio più completo non si possono trascurare aspetti etici e personali, l’opportunità di certe esternazioni o di certi comportamenti. E questo complica il giudizio. Un’altra riflessione che potevamo fare è che, ahimè, dietro si balla. Quei campanelli d’allarme contro il Cesena sono veri. Qualcuno, riferendosi a Tonucci e Capradossi, parlerà di “errori”: io userei il termine “limiti”. Troppo più lenti di Donnarumma e Caputo, e incapaci di pensare a delle contromisure efficaci. Ciò che invece non sapevamo, ma che purtroppo non porta punti, è che questa squadra ha carattere. Reagisce. Il gruppo dell’anno scorso si sarebbe sciolto dopo le prime difficoltà, a Empoli avremmo perso 6-0. Invece per larghi tratti del match abbiamo fatto la partita, con una rosa rinnovata rispetto a quella dell’anno scorso, e sul campo di una delle candidate alla promozione diretta.

Chi dopo Empoli si aspettava un riscatto rimane fregato. Due volte. Per il risultato, e – per la prima volta – per la prestazione. Rispetto al Venezia di Perinetti e Inzaghi e al suo modo di scendere in campo, il parking the bus di Mourinho è uno spregiudicato attacco all’arma bianca. Dieci, spesso undici uomini dietro la linea della palla, spazi completamente occupati, distanze mantenute e ripartenze. Nessuna possibilità di giocare il pallone. Il Bari si complicano le cose da solo, mantenendo bassi i ritmi e l’imprevedibilità. Per il Venezia, un tiro in porta e due gol. Un cinismo pari a quello che, da giocatore, aveva il loro allenatore. Il confronto tra i due campioni del mondo in panchina lo vince Inzaghi. È la serie B, bellezza.

Dopo due sconfitte consecutive, l’obiettivo sarebbe quello di non incassare la terza. In questo senso il calendario non è particolarmente clemente, dal momento che si va ad Avellino non per incontrare i lupi ma il Frosinone, che gioca le prime partite casalinghe al Partenio. Un’altra serissima pretendente alla promozione diretta, con un allenatore alla sua seconda esperienza “coi grandi”, dopo gli anni passati ad allenare la Primavera del Torino e l’anno scorso la Pro Vercelli. Una specie di ex derby Primavera, quello tra Longo e Grosso. Dopo due sconfitte e tanti tentennamenti nelle prime tre partite Grosso decide di cambiare qualcosa, senza rivedere lo schema di partenza (e qui torna in mente quella famosa dichiarazione su moduli e modi, “Non cambia il modo di giocare in base al modulo che si usa”): titolari per la prima volta in campionato Gyomber al posto di Capradossi (Tonucci era stato già sostituito) e Busellato al posto di Salzano, per avere più dinamismo e copertura.

Pronti via e siamo già sotto. Solo che il gol ce lo facciamo da soli, letteralmente. Cassani, al debutto stagionale da titolare, cerca di allontanare di testa un cross di Ciano che però finisce in porta. Fanno capolino i primi fantasmi, ma “È appena iniziata, c’è tutto il tempo”. E infatti prima la riacciuffiamo, quindi la ribaltiamo su rigore, entrambe le volte con Improta, ma nemmeno sessanta secondi dopo il vantaggio, il Frosinone pareggia. Non contenti, anche questo secondo gol del Frosinone è opera nostra, con Micai che perde palla e la lascia sui piedi di Ciofani a un metro dalla porta. Considerando anche le parate di Bardi su Brienza e Busellato, il primo tempo è interamente di marca biancorossa. E infatti il Bari segna quattro gol: il problema è che due li segna nella porta sbagliata. In un secondo tempo meno spettacolare del primo, la giornata-no di Micai si conferma anche in occasione del definitivo 3-2, con una respinta su cui si avventa Sammarco. Dopo la seconda sconfitta esterna e la terza consecutiva, le sensazioni – rafforzate – sono le stesse di Empoli: davanti qualcosa la creiamo sempre, ma dietro si balla ancora tanto. Paradossalmente questa sconfitta lascia più certezze di quella interna col Venezia, perché per larghi tratti della partita il Bari è stato padrone indiscusso sul campo di un avversario ancora più attrezzato.

Con tre punti dopo quattro giornate e i fantasmi di dodici mesi fa, l’ambiente si surriscalda, memore dell’avventura di Roberto Stellone giunta ben presto al capolinea. “Non è determinante il modulo”, diceva Fabio Grosso dopo dieci minuti della prima conferenza stampa. E lo dimostra, passando alla difesa a tre nel doppio confronto casalingo contro Cremonese e Ternana. Ripescato Capradossi, a completare una retroguardia con Marrone centrale e Gyomber sulla sinistra. A centrocampo, diventato ormai imprescindibile Busellato (a tratti ricorda il primo Romizi), si chiede un sacrificio extra a Riccardo Improta, costretto a coprire l’intera fascia come un fluidificante in fase di non possesso e a garantire il solito apporto offensivo col Bari in attacco.

Sia dal punto di vista dello spettacolo che della mole di gioco prodotto, si può dire che quella con la Cremonese sia stata la partita in cui si sia visto il Bari più brutto: un uomo in più in difesa assicura più protezione, ma anche meno estro, meno idee. E anche la paura di perdere fa tanto. Di contro, dopo il mezzo disastro di Avellino, Micai resta spettatore non pagante. Insomma, una coperta piuttosto corta. La gara coi grigiorossi la sblocca il solito Improta, abilissimo a cogliere un suggerimento dalla destra del neoentrato Brienza. In quella contro la Ternana la parte del mattatore tocca a Cissè, per la prima volta (e a sorpresa) titolare in attacco. Gara molto diversa dalla precedente, quella con le fere, per il merito di averla sbloccata dopo pochi minuti e per una ritrovata consapevolezza nei propri mezzi, che però ogni tanto si traduce in vistosi cali di concentrazione (un avversario non insuperabile che comunque ha avuto due occasioni macroscopiche come un rigore, poi fallito, e un pallone fermatosi sulla traversa quando il punteggio era ancora sull’1-0). Dunque, una squadra che è ancora un cantiere aperto, ma per la prima volta dopo anni con un progetto che sembra chiaro.

In una conferenza stampa a fine maggio, Sean Sogliano aveva commentato la stagione appena conclusa e tracciato le linee del campionato alle porte. Interrogato sull’identikit dell’allenatore che avrebbe preferito, rispose che avrebbe scelto qualcuno “con le idee chiare, in grado di entusiasmare i tifosi e far tornare la gente allo stadio”. Non fu menzionata la serie A: reduci da un’annata deludente da ogni punto di vista, il focus era più che altro centrato su quanto avrebbe potuto garantire la nuova guida tecnica in campo. Per quanto dimostrato finora da questo Bari, il manifesto programmatico di Fabio Grosso coincide esattamente con quanto auspicato a maggio da Sogliano e a giugno dallo stesso tecnico. Sperando di non dovercisi ricredere, e di non trascorrere un’altra – l’ennesima – stagione fallimentare.

Post precedente

Non ti curar di loro amica mia

Post successivo

Ci ho provato

Valerio Guido Altieri

Valerio Guido Altieri

Nessun commento

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>