Le Storie

Lontano da casa, ma sempre al tuo fianco, di Vincenzo Notarachille

Era il 10 agosto 1985. Avevo 8 anni e varcavo per la prima volta la soglia di uno stadio.

Lo stadio era quello di Bolzano, l’occasione era un’amichevole pre-campionato che oggi, forse, sarebbe considerata di lusso: Bari–Torino. Era l’anno del ritorno in A, era il Bari degli inglesi, Cowans e Rideout appena sbarcati in Italia. 

Io ero in vacanza in Trentino con la mia famiglia e un imprecisato numero di zii e cugini. Allo stadio ci andammo in 6: io e mio padre, cui va il merito della passione ereditata, accompagnati da zio Osvaldo, zio Giacomo e gli inseparabili cugini Francesco e Vittorio.

La partita mi parve abbastanza noiosa e il risultato è lì a testimoniarlo: uno 0 a 0 un po’ scialbo, che nelle partite pre campionato è anche difficile da vedere. Non ricordo molto della partita, ma ricordo l’emozione provata nel sentire il profumo dell’erba, nel vedere i 22 in campo che giocavano come avevo sempre sognato di fare io da grande. Poi in realtà il mio sogno non si è mai realizzato, se non nelle partite amatoriali con colleghi e amici e senza neanche troppo talento, ma questa è un’altra storia…

Da quel 10 agosto di quasi 30 anni fa, il mio amore per la maglia, per i colori biancorossi è andato via via crescendo.

La prima partita al Della Vittoria è stato un Bari–Verona 3-1 quella stessa stagione, con il Bari con un piede già in serie B, ma con la mia gioia ingenua per una vittoria praticamente inutile.

Quello stadio è rimasto il “mio” stadio, anche se la maggior parte dell’amore tra me e il Bari ha visto come scenario il San Nicola. Perché al Della Vittoria potevi sentire le voci dei giocatori che si chiamano la palla, potevi sentire il rumore del pallone calciato dai tuoi idoli, potevi far sentire la tua voce agli 11 biancorossi in campo…il Della Vittoria era un catino, il San Nicola lo diventa solo se si riesce a riempirlo.

Il Della Vittoria per me voleva dire Curva Sud. Ero troppo piccolo, forse, per frequentare la Nord…o almeno così aveva deciso mio padre. Allora ho dovuto aspettare il nuovo stadio, gli anni ’90 e il primo abbonamento per avvicinarmi a quel settore che non avrei più lasciato: la Curva Nord!

Dalla curva Nord ho visto Joao che si rompeva la gamba contro la Samp, ho visto il Bari di Protti e Tovalieri, quello di Amoruso e Bigica, ho visto il Bari dell’odiato Fascetti, ho visto lo Zar Igor diventare capocannoniere mentre scendevamo in serie B, ho visto capitan Ingesson mettersi la squadra sulle spalle nelle partite più difficili, ho visto il derby perso con il Foggia di Zeman e il materiale della coreografia, organizzata con tanto amore, buttato via dagli spalti dopo pochi minuti, ho visto battere Juve, Inter e Milan, ma ho visto anche le retrocessioni.

Mentre ero seduto in quella curva, la mia vita è cambiata piano piano…mi sono diplomato prima e laureato poi. Sempre con una sciarpa biancorossa al collo. In quella curva nord ho conosciuto la donna che qualche anno dopo sarebbe diventata mia moglie e la madre di mia figlia. La passione è più bella se è condivisa!

Poi da Bari sono dovuto andar via, perché non potendo fare il calciatore sono diventato un ingegnere e per guadagnarmi la pagnotta mi sono dovuto trasferire a Roma prima e a Terni poi. Sono quasi 10 anni che vivo lontano da casa, ma come tutti i rapporti veri, il mio legame con la Bari si è intensificato, invece che affievolito. A Roma ho conosciuto un nutrito gruppo di malati del Bari come me, dai quali mi sono fatto coinvolgere (grazie Max Riva) e con i quali ho cominciato prima a frequentare il circolo dei Serpenti, che diventava una volta a settimana un covo biancorosso, poi a saltare sul pulmino di Inkallito e seguire la squadra girando lo Stivale.

Indimenticabili i viaggi dietro il primo Bari di Ventura: indimenticabile l’esordio a San Siro contro l’Inter campione d’Italia, lo spirito quasi dimesso con il quale salivamo i gradoni degli spalti del Meazza, indimenticabile la gioia al gol di Kutuzov, gli sguardi dei miei fratelli biancorossi, le lacrime sul viso di qualcuno di loro, la gioia nei cori mentre lasciavamo lo stadio “vittoriosi” per l’ 1-1 portato a casa. E poi ancora a San Siro un mese dopo: il dominio nel gioco del Bari sul Milan. Ho dovuto rivederla in TV per capire che non avevo sognato, che non erano le birre bevute nel tragitto che mi facevano vedere cose che non esistevano. Quel Bari ci rendeva orgogliosi dei nostri colori. Quel Bari mi permetteva di andare in ufficio “a cresta alta” il lunedì mattina a tessere le lodi di Barreto, Almiron, Bonucci e Ranocchia, Rivas, Alvarez e tutti gli altri. 

Di quegli anni conserverò per sempre il ricordo dei viaggi con gli amici: gli appuntamenti alla stazione Termini,  il pulmino, le birre alle 10 del mattino, i panini riempiti con qualsiasi cosa, la condivisione di tutto con tutti, i rientri notturni e senza voce. Il risultato della partita era un dettaglio: ci divertivamo tra di noi e ci divertivamo allo stadio con i nostri idoli.

Poi lo scandalo del calcio scommesse: quell’orgoglio tramutato istantaneamente in vergogna. La lealtà sportiva di quelli che pensavamo idoli venduta per quattro soldi. Il nostro onore esposto agli insulti e alle risatine di tutta l’Italia, sportiva e non. Il declino e gli anni di B con la dinastia dei Matarrese oramai agli sgoccioli. Ancora qualche trasferta tra pochi intimi: i pochi possessori della tessera del tifoso, voluta da chi di calcio non capisce un cavolo, e i pochi innamorati ancora disposti a macinare kilometri per la Bari.

Quante volte ci siamo sentiti dire “angor dret o bar va?”. Un ritornello che sicuramente sarà stato raccontato in mille altre storie. 

Io non c’ero a Bari – Cittadella. Né quello del baratro né quello della rinascita. Non c’ero fisicamente. Lo seguivo da lontano, tramite il satellite di Sky o la voce amica di Michele Salomone.  Ogni domenica, anzi ogni sabato, anzi…ogni volta che gioca la Bari (che ormai non s capisc chiu nudd) è un giorno speciale. Sono due ore in cui lasciare tutto il mondo fuori. Dedicarmi solo a lei, a noi. Al nostro amore.

Perché l’amore per la Bari, così come tutte le forme di amore nella vita, va curato e coccolato: ci sono alti e bassi, ci possono essere momenti di tensione, ci possono essere “intrusi” a disturbare il nostro idillio. Ma bisogna sempre trovare la forza e la voglia di credere nell’amore, superando i malintesi, superando le distanze e le avversità.

Il presidente Paparesta nella prefazione di “Che storia la Bari” ha scritto che la passione per la squadra di calcio è qualcosa di strettamente personale, le cui emozioni sono difficili da trasmettere e raccontare perché sono le tue personali emozioni. 

Ecco, questa è una storia d’amore. È la mia storia d’amore con la Bari. Non so se sarò riuscito a trasmettere emozioni a chi la leggerà. Ma l’ho scritta con il cuore. Il cuore biancorosso che batte in me da quel 10 agosto 1985. Grazie papà per avermi portato allo stadio!

Lontano da casa…ma sempre al tuo fianco!

Post precedente

Babbo Natale é biancorosso. di Gerardo (Dino) Cosa.

Post successivo

Magari domani facevano un’altra asta. Di Flora Lavopa

Guest

Guest

Tutte le storie inviate dagli amici di "Che Storia La Bari": tifosi, appassionati, amici e perché no anche nemici. Anche se, per il nostro modo di intendere il calcio, i nemici non esistono.

Nessun commento

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>