Le Storie

La macchina di Silvia

“Traslochi, progetti, dubbi. Avrò fatto la scelta giusta? Ma sì dai, proviamoci, anche se tutto ciò mi scombussola la vita. Segno numeri di persone che chiamerò, nel frattempo organizzo la prima sistemazione. La notizia l’ho avuta pochi giorni fa, non me l’aspettavo. Mi devo abituare”. La prima volta che io e Silvia Berti ci siamo parlati fu un rapido sunto di emozioni. Una stretta di mano ideale, ma con le dita tremanti.  Lei, l’amica di Prandelli, legatissima all’ambiente fiorentino, catapultata a Bari all’improvviso. Io, apprendista, con la testa sempre a Bari ma dalle logistiche corporali ormai straniere. Dove ci siamo incontrati in quei primi giorni di suo insediamento in biancorosso non l’ho mai capito.  Che fosse dal pc o al telefono, io di Silvia Berti ho letto e ascoltato solo parole.

“Grazie”, mi rispose una volta dopo una mia considerazione. Agli occhi esterni le mie analisi suonano sempre come incoraggiamenti schietti o, nei più complessi e involontari dei casi, come giudizi.  La verità che io alla Berti ho semplicemente detto e ripetuto più o meno questo: “Bari è uno scenario dove costruire tanto, quanto di meglio può capitare oggi a chi fa comunicazione”. Lo credo sul serio. Dirò di più, magari ci fossi io, lì, a partecipare così da vicino alle operazioni di rifondazione di un club così glorioso. Tornei volentieri, l’ho confidato più volte ad amici e colleghi che nel tempo mi hanno chiesto il motivo della mia anomala lontananza. Ma attendo l’opportunità giusta, la fiducia giusta, chissà.

Rispondo sempre così perché non voglio dare illusioni, prima di tutto a me stesso. E poi da Milano le cose si vedono oggi anche meglio. Come quando gli allenatori, squalificati da qualcosa e qualcuno, affermano che dalla tribuna o dalla televisione le trame di gioco si scrutano con più limpidezza che dal campo. Posso far tutto insomma, senza escludere mai il ritorno. Oggi, per me, una possibilità fra le tante.

Ho provato simpatia e  naturale immedesimazione in quella macchina che si avvicinava al San Nicola che quella moderna della Berti postò sul suo profilo twitter una volta. Una scena di un’intensità incredibile. Lei era alla guida e chilometro su chilometro avanzava verso il suo nuovo stadio, mentre col cellulare riprendeva la strada che scorreva intorno a lei. Debutto migliore non ci poteva essere: quel pomeriggio, quell’attesa, non erano altro che il pre-partita di Bari-Latina, semifinale d’andata del play-off promozione. A tarda notte, passata la delusione, nuova intesa fra me e lei: “Poteva andare peggio, visto come si era messo il primo tempo”, il senso del confronto. Forse l’ultimo, reale, prima di andare via. Perché la Berti, nella sua brevissima esperienza al Bari, non si è mai voluta aprire con nessuno e io, incassata la prima risposta più fredda del solito, ho rispettato la sua scelta, a differenza di altri. Ero addirittura in Francia, ad inizio luglio, quando attorno a lei le prime clamorose indiscrezioni esterofile sono iniziate a circolare. Prandelli, fallito il mondiale, al Galatasaray. E la Berti con lui al seguito a curare l’italianità di una comunicazione tutta da rifare. Addio, prima ancora di cominciare.

“Ciao Antonio mi hanno preso al Bari”.  Nelle ore in cui si materializza tutto ciò, squilla il telefono. Antonio è nientemeno che Antonio Cassano e chi lo chiama è il nuovo responsabile della comunicazione del Bari. Il successore della Berti, per essere chiari. Si chiama Alberto, ha 36 anni, undici dei quali passati alla Samp a organizzare eventi e modi di comportarsi. Anche quelli di Cassano, divenuto suo amico in un reciproco, e solo inizialmente impostato, scambio di consigli e fiducie. Uno di casa ormai.

Professionalmente Marangon deve invece tutto, o quasi, a Marotta, ma nel tempo ha saputo farsi apprezzare per quell’autonoma e naturalissima capacità di incidere e lavorare. Del resto Marotta è andato via da un pezzo nella sua carriera e lui ha continuato a correre.  Anche per lui, quella del Bari, è stata una chiamata improvvisa. Paparesta oggi è peggio di Papa Francesco, anzi meglio. Prende la cornetta e chiama, ricevendo quasi sempre un sì convinto e appassionato. “Sono Gianluca Paparesta e voglio portarti a Bari”, succede più o meno così, con dirigenti, allenatori e calciatori. Anche con Marangon.

A proposito di Cassano… si è messo subito a disposizione per far quadrare i conti. C’è anche una percentuale di lui nel nuovo Bari. Me lo ha detto Marangon: Mi ha mostrato felicità essendo lui legato alla piazza e a questa società, si è messo a disposizione nell’indicarmi dove cercare casa. L’ho sentito l’ultima volta prima di partire per il ritiro e mi ha rinnovato ancora i complimenti”. Una legittimazione, in questo caso, più importante del nome e del peso specifico del personaggio. E’ il Cassano amico che parla. Mi sembra di aver raccontato un mucchio di tempo e invece tutto questo è successo in poco più di un mese. La Berti, la sfida col Latina, il Galatasaray, Marangon, Cassano. In mezzo un matrimonio, quello di mio fratello, tre giorni in Francia, un paio di settimane giù al mare. E in questo momento sto riscrivendo da Milano. Ma non escludo il ritorno. La testa, in fondo, è sempre a Bari.

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