Le Storie

Mechèle e Giuánne, trent’anni dopo il Bari dei Baresi

Mechèle e Giuánne, più di trent’anni dopo. Armenise e Loseto dal Bari di Catuzzi a quello di Colantuono. Analogie pochissime, a meno che l’ex tecnico di Udinese e Atalanta non si affidi all’improvviso all’estro di Castrovilli e alla corsa di Scalera. Sarebbero solo due giovani indigeni del calcio pugliese, ma aiuterebbero sicuramente a ricordare i fasti di quella formazione di ragazzini terribili plasmata nel carattere e nella bellezza dall’indimenticato tecnico di Parma.

De Trizio, Frappampina, Onofrio Loseto, De Rosa, Terracenere, Caricola, Cuccovillo, Bitetto e De Tommasi. In quasi due anni, del Bari dei Baresi hanno fatto parte anche loro, insieme a Mechèle e Giuánne. Una squadra con un’anima definita, di quelle che facevano spellare le mani ai propri tifosi anche dopo una sconfitta. Era un calcio diverso, quello di Catuzzi, per tanti addirittura un precursore di Sacchi e della zona. Un calcio ammaliante, per cui il pallone era un amico da accarezzare e far girare per il campo in velocità. Un’intesa sul rettangolo di gioco pari a quella fuori dal campo univa i biancorossi nelle giocate e nelle goliardate. Anche in quelle in partita, passate alla storia insieme alla leggendaria spine d’u pulpe, colpevole di tanti finti infortuni utili a perdere tempo a fine gara: quando lo storico massaggiatore dei galletti Lorenzo Ferrara entrava in campo preoccupato, ma in realtà il giocatore a terra voleva solo rifiatare un po’, alla domanda: “Cosa è successo?” seguiva sempre un “È stata la spine d’u pulpe”. Mezzucci, direbbe qualcuno, genio, oseremmo dire noi contestualizzando la cosa in un calcio d’altri tempi.

Mechèle e Giuánne si ritrovano oggi, insieme, a saziare quella sete di campo che non li ha mai abbandonati. Loseto è l’unico calciatore nella storia del Bari ad avere avuto il privilegio, peraltro recente, di veder ritirare il proprio numero di maglia. Nessuno potrà più indossare il 2 biancorosso sulle proprie spalle. Un segnale che l’eterno ragazzo di Barivecchia in città ricopre un po’, con le dovute proporzioni, il ruolo che aveva Facchetti all’Inter, quello che ha Bruno Conti a Roma. Il primo dietro una scrivania, il secondo sulle tribune a scovare talenti, Giovanni sul campo, a macinare chilometri ed erba e insegnare ai ragazzini che il tuzzo, nel calcio, è uno stile di vita: aggressività, intensità, forza, coraggio, tenacia e voglia costante di migliorarsi e spingersi oltre. Doti che l’hanno fatto entrare nel cuore dei tifosi biancorossi e hanno portato le tre dirigenze succedutesi negli ultimi anni, dal 2013 in poi, a cucirgli addosso il ruolo di simbolo nelle difficoltà. “Vai, Giuánne, spiega a tutti questi ragazzi cosa vuol dire vestire la maglia del Bari”.

Armenise è tornato da pochi anni nel grande calcio, dopo aver speso parte della sua seconda vita sportiva sui campetti di periferia, ad allenare bambini pieni di sogni e con poche reali aspirazioni professionistiche. Il calcio di strada mutuato sui campetti in erba sintetica, quella che profuma meno ma regala comunque storie da favola mista a realtà. Ragazzini di ogni estrazione sociale, che di un ex terzino biancorosso conoscono fama e gesta soltanto grazie ai racconti dei propri genitori. Sui campi della sua scuola calcio, nel quartiere Japigia di Bari, sventolavano fiere le bandiere di tutte le squadre in cui aveva giocato da calciatore, calcando i campi più prestigiosi d’Italia. Eppure ogni bambino a cui spiegava come calciare un pallone era lì, era sulla sua stessa barca, era come lui: un innamorato del calcio e dello sport. Nel 2009 ha ritrovato i grandi stadi, affiancando Colantuono, conosciuto ai tempi del Pisa, a Torino, a Bergamo e a Udine.

Adesso si ritrovano a Bari. Armenise, Loseto, Colantuono. Basterebbe solo un altro terzino a completare una difesa che sui campi di serie B, negli anni ’80, avrebbe saputo senza dubbio dire la sua. Ma ora, insieme, sui prati verdi della cadetteria, dovranno paradossalmente andare all’attacco di una classifica deficitaria e della disillusione che circonda l’ambiente biancorosso. Perché se è vero che il barese è una persona di cuore, tenace e appassionata, allora magari non dovrà servire per forza una carta d’identità per rivedere in campo, più di trent’anni dopo, un Bari dei Baresi.

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