Le StoriePartite

Il mio mondo è qui, nell’astronave

Se c’è una cosa che ho imparato è che la Bari – almeno per novanta minuti – può diventare la medicina più efficace a molti dolori della vita. Sa cancellare le lacrime e poi restituirle, sotto forma di gioia. E forse non c’è nulla di più poetico di una domenica colorata di pathos a tinte bianco e rosse.

Perché dopo aver perso un altro amore, al triplice fischio di Pasqua in Bari-Perugia, ieri era tempo di riprendersene un altro. Quello per la Bari. La macchina di emozioni è tornata a respirare. Splende di luce propria. I mugugni post-Modena sono già messi da parte e alla festa in aeroporto al rientro da Catania, segue un piatto forte che in molti aspettano da un’afosa notte di agosto: una rivincita con l’Avellino. Quella sconfitta non l’ha digerita nessuno e i tafferugli di due mesi prima hanno contribuito a surriscaldare un ambiente bollente sin dalle 16, quando l’astronave inizia a colorarsi. Cantano tutti, sin dall’inizio. Nessuno ha voglia di fermarsi. È una giornata di emozioni e lo si respira nell’aria frizzante che accompagna il teatrale ingresso in campo dei nostri. “Eye of the Tiger” scatena la curva e spedisce Caputo & Co. sul rettangolo verde. L’attesa è spasmodica, le lancette si spostano in avanti con troppa calma. Finalmente le formazioni. La voce del buon Renato è completamente coperta dai fischi durante la lettura dell’undici ospiti. E poi accompagnata amorevolmente per salutare tutti i beniamini.

L’inno è il punto più alto, o così pare, della medicina biancorossa. Perché quando c’è la Bari di mezzo è impossibile pensare al resto del mondo. Sciarpe tese in avanti. Allo stadio siamo in 30.000, ma i decibel crescono con così tanta potenza che sembra di aver riempito il Camp Nou per due volte. “Bari nel nostro cuore” urlato a squarciagola, e senza base musicale, è il messaggio più chiaro per avvisare tutti che oggi il Bari gioca in superiorità numerica. I primi tre minuti sono in apnea. Non ce la facciamo a uscire. Ma basta la prima ripartenza, una rasoiata di Romizi e il San Nicola è già un tripudio di emozioni. La curva canta e balla per intero, lati compresi. Lo stadio balla e forse potrebbe anche cadere quando Stevanovic prende palla a centrocampo e decide che a comandare l’azione è lui. C’è Sciaudone sulla fascia, lo serve a occhi chiusi. Daniele vede solo maglie bianche in area, ma la lancia in mezzo. C’è Ciccio in agguato, la sfera è sua. Detto, fatto: imbucata centrale e saluti all’Avellino. Riparte il trenino e tutto l’ambiente è un agglomerato di magia. Ad avere la bacchetta magica siamo noi. L’Avellino non molla, Donnarumma ci salva una volta e poi capitombola sullo stacco solitario di Comi. Un altro errore difensivo. Boato della tifoseria ospite. Ma dura appena cinque secondi, perché dall’altra parte c’è uno stadio intero che accarezza il Bari e lo tranquillizza. “Forza ragazzi” è il grido della carica, ci rimbocchiamo le maniche. Le fasce sono le corsie dei nostri sogni e per poco Caputo non replica lo scherzetto alla difesa irpina. Ci pensa Sabelli nella ripresa. Sbuca alle spalle di tutti e la butta dentro. Urla come Tardelli a Italia ’82. Come Grosso a Germania ’06. Ha segnato anche lui e la gioia è dipinta nei suoi occhi. Torna la festa, la grinta è invidiabile. Romizi a centrocampo è un rottweiler elegante. Caputo prende botte ovunque, ma a terra non ci va mai. Ora solo sussulti di emozioni ed energia. Defendi sbaglia il rigore in movimento che avrebbe ammazzato la partita. Donnarumma riconquista il pubblico con una parata da dieci e lode su Comi. Alza le braccia alla sua curva in segno di amore e firma un matrimonio conquistato. Poi ci addormentiamo di nuovo e Castaldo ci gela. 3-2 e ne mancano 25′. Più recupero. Troppi. Si soffre sempre. Forse è scritto nel destino. Manca meno di mezz’ora, ma il tempo cammina come se a passare fosse un anno intero. Zito spedisce cannonate in area di rigore con delle rimesse laterali velenose che Contini e Salviato spazzano strenuamente. Sugli spalti si suda freddo. Noi stiamo giocando insieme a loro e io a pochi minuti dalla fine ho la sensazione di essere stanco per loro. La stiamo difendendo anche noi questa partita. Nel frattempo hanno lanciato in porta Galano che se avesse potuto avrebbe saltato anche la panchina campana per poi scaricare un fendente in porta. Dai che entra. No, non entra. Fuori. Si soffre ancora. L’orologio ci prende in giro e sembra fermarsi. Dev’essersi rotto, non può durare così troppo un finale del genere. Ma poi Sciaudone galoppa in area di rigore, va giù. E l’arbitro indica il dischetto. Boccata di ossigeno. C’è di nuovo Ciccio sul dischetto. Io non lo guardo. Ho gli occhi puntati sulla curva. Sento la ola e poi un urlo di gioia che mette fine alla contesa. Regala il lieto fine alla favola di oggi. Il resto è accademia, è amore. Uno stadio in festa e una magia ricreata.

Quando gioca la Bari ogni dolore è cancellato. Perché questa è la sua forza. Trascina, incanta, innamora. Strappa tutte le pagine più brutte e si ciba di te. La Bari siamo noi. Tutti noi. Ed è la poesia più bella che una squadra di calcio potesse mai scrivere.

 

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