Personaggi

L’importanza di chiamarsi Fedele

Se chiedete ad un interista chi è stato il più forte centrale degli ultimi 30 anni, probabilmente vi farà il nome di Riccardo Ferri. Duro, concreto, intelligente. Ruolo stopper, altro che centrale. Eppure il suo record di autogol è entrato nella storia, e pure in una canzone di Ligabue. L’autogol, dalle nostre parti, ha però un sapore diverso: non è beffa, sfortuna, malasorte; è sospetto, malafede, autolesionismo. D’altronde è ancora aperta la ferita di un derby suggellato da un maldestro tentativo di respinta di Masiello, con Gillet a gridargli “Andava fuori, Andre”. Già, andava fuori. Ovvio che a Bari (e anche a Lecce) nessuno abbia digerito quell’episodio, soprattutto perché alla fine dei conti l’unico ad essere tornato in Serie A dopo quella sceneggiata è stato proprio lui: Andrea Masiello.

Essere un difensore comporta anche correre questo tipo di rischio” ha raccontato Frank Sinclair, recordman della specialità con 25 autogol in carriera. Comunardo Niccolai invece giocava nel Cagliari di Riva e Scopigno (scudetto nel 1970) e infilò 6 volte la propria rete, spesso in occasioni importanti come contro la Juventus, con un colpo di testa all’incrocio dei pali. E che dire dei primatisti: il già citato Ferri e udite udite Franco Baresi con otto autoreti. Entrambi erano i centrali, e che centrali, della nazionale di Azeglio Vicini. Quella di Italia ’90 per intenderci. Fuori dai sospetti, l’autorete è un gesto estremo, che suscita persino simpatia, alla greca: sum (con) + pathos. È quella che deve aver provato Granoche, il centravanti dello Spezia, quando ha invitato i propri compagni a non esultare dopo la sfortunata giocata di Fedele. Un gesto eccellente, poco elogiato dalla critica, evidentemente troppo impegnata ad alimentare sospetti privi di fondamento.

È quella che abbiamo provato tutti noi, un secondo prima di ricordarci che solo pochi anni fa qualcuno si era preso gioco dei nostri sentimenti e delle nostre passioni con un atto molto simile. Ma l’epica dell’autorete ci porta a fare delle riflessioni. La violenza verbale, l’insulto, l’accusa di malafede, non sono accettabili. Andrè Escobar, splendido difensore della Colombia, uno di quelli per cui stravedeva Arrigo Sacchi, pagò a caro prezzo un’accusa di questo tipo. La sua Colombia era fortissima, a detta di Pelè una delle favorite del Mondiale. Uscì al primo turno, la firma la mise proprio un’autorete di Escobar. Cognome scomodo, nel 1994. Pagò con la vita qualche giorno più tardi, dopo aver subito l’ennesima aggressione verbale fuori da un locale di Bogotà. Chi ha giocato a calcio sa benissimo che a questi livelli, se vuoi far segnare un avversario, basta non marcarlo su un calcio d’angolo o perderlo di vista in una zona nevralgica del campo.

Non c’è bisogno di inventarsi una rabona all’incrocio dei pali dopo quattro lisci di seguito di compagni e avversari. La verità è che Fedele, come molti dei suoi compagni, soffre tremendamente quell’ultima mezz’ora per stanchezza e condizione, e questa mancanza di lucidità porta anche a fare errori incredibili come questo. Incredibile, a maggior ragione, per un giocatore che si chiama Fedele ed è persino svizzero. Peccato, perché il pathos che provoca un’autorete è persino bello da raccontare: è a suo modo una forma d’arte, un gesto imprevedibile che rende meraviglioso un gioco pieno di variabili. Coraggio Fedele, passerà anche questa.

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Cristiano Carriero

Cristiano Carriero

Classe '79, calciatore mancato (troppo estroso), chitarrista mancato (suono ai falò a ferragosto), professore mancato (ho una laurea in lettere a chilometro zero). I progetti, almeno quelli, non mancano. Socialmediacoso di mestiere, giornalista per passione, canto il calcio come se fosse una storia d'amore e perdo amori come fossero partite di calcio. Ma resto un tipo sportivo: ho inventato la rubrica "U Bàr ie fort" - 100 racconti romanzati sul Bari (cristianocarriero.me) e sono il co-ideatore di Che Storia La Bari.

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