Personaggi

Pep Stellone

Vedere un’intera partita del Bari dietro Roberto Stellone è stata un’esperienza catartica. Più che dietro, accanto a Stellone, visto che lo stadio di Novara ha le gradinate a ridosso delle tribune, una sorta di Juventus Stadium delle risaie. Ho scelto quel posto perché volevo vivere e raccontare la partita del mister, e così mi sono seduto sui gradoni ghiacciati del Piola ed ho osservato il Mister. Sarebbe bello parlare di calcio, e di scelte anche sbagliate, senza invocare assurdi esoneri, e quindi lo farò. Quello che emerge, inevitabilmente, è l’atteggiamento molto compassato del mister. Sta in piedi, guarda i suoi, si tocca la barba come Pep Guardiola mentre medita mosse che farà a 10 minuti dalla fine, chiede consigli ai suoi collaboratori, ignora totalmente Giovanni Loseto e Sean Sogliano seduti su un’altra panchina a prendere freddo. Beve. A piccoli sorsi. Un vezzo, più che una necessità.

Si toglie il giubottino d’ordinanza solo a dieci minuti dalla fine, praticamente quanto il Bari incomincia a giocare. Tardi. Al che mi è venuto un dubbio. Il barese non è abituato agli allenatori statici, fermi, compassati. A quelli che non gridano, non sbracciano, non si fanno espellere e non litigano con i giornalisti locali (che adorano la rissa verbale perché è lì che trovano terreno fertile). Abbiamo amato alla follia – e non credete a chi dice il contrarioEugenio Fascetti, abbiamo adorato, e che ve lo dico a fare, Antonio Conte. Lo stesso Ventura era un discreto arruffapopoli e Nicola ci piaceva più del tranquillo, per non dire inerme, Camplone. Stellone ha un profilo totalmente diverso. È meditativo, urla pochissimo (ieri si sentiva solo Boscaglia, soprattutto nei confronti di Sansone, reo di non tornare mai), si fida di pochi eletti, e il mio parere è che si fidi pochissimo di Giovanni Loseto, che considera poco più di una mascotte seduta sulla sua panchina.

Che poi, al di là del risultato negativo – abbiamo perso contro una squadra pessima, seppur ben messa in campo, che in panchina aveva ragazzi che vanno a scuola, l’ho visto dalle facce – non si è giocato nemmeno così male. Almeno nel secondo tempo. Non si è giocato come si fa in Serie B, però. Passaggi di prima, gioco arioso, tutt’altro che brioso, poco mordente, nessuna fretta. Per ottanta minuti non si è spinto sull’acceleratore, come avrebbe fatto una grande squadra convinta di riprendere prima o poi la partita. Grande squadra che non siamo. Insomma, abbiamo giocato come si fa in Champions League (calma, gestione della partita, mai buttare il pallone), ma lo abbiamo fatto a Novara. Perdendo. Meritatamente.

Lo Stellone di Frosinone, a scanso di equivoci, era esattamente questo. E quella squadra ha fatto benissimo. Perché la sua calma faceva da contraltare all‘ignoranza (calcistica) dei suoi ragazzi. Perché quel progetto, venuto da lontano, dalla Lega Pro e in certi casi dalle giovanili che Stellone aveva allenato, era una Masia Ciociara, una bella idea di calcio che non si è mai “abbassato” a diventare una volgare contesa, nemmeno quando alla penultima giornata di Serie A il Frosinone è stato derubato a San Siro dal Milan, ed ha detto addio alla A. Il paragone con il Carpi, dettato più da una frase infelice di Lotito che non da una reale comparazione dei due modelli, nonostante risultati identici, mi è sempre sembrato fuori luogo, proprio perché Castori è un allenatore da lotta, Stellone una sorta di Guardiola de ‘noialtri, non per niente sorseggia quella bottiglietta proprio come farebbe Pep.

Stellone non è scarso, anzi. È semplicemente diverso da come ce lo aspettavamo.

Ecco perché qualcuno non lo sopporta. Beppe Capano ha già invocato Mandorlini (che è già in orbita Inter, a questo proviamo uno scambio con De Boer e non se ne parla più), mentre alcune radio locali dicono che il suo destino si deciderà contro la Pro Vercelli. Inchiodato dalla banalità del risultato – lui che era venuto a Bari per costruire e non pensava che qualcuno potesse metterlo in discussione dopo 10 giornate e dallo sguardo di Sogliano che non cambia mai espressione. Sperando, parere tutto mio, che per una volta non si dia retta agli umori della piazza. Che è calda, merita di più, ma ha una percezione tutta sua degli allenatori, Da “In B ma con Zibì” alla contestazione a Conte appena arrivato, fino alla glorificazione di Pillon che ci accompagna in C, passando per la richiesta – appoggiata dal presidente – della testa di Davide Nicola reo di averci avvelenato il cenone di Natale e pure quello di Capodanno. Io mi tengo Pep Stellone.

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Cristiano Carriero

Cristiano Carriero

Classe '79, calciatore mancato (troppo estroso), chitarrista mancato (suono ai falò a ferragosto), professore mancato (ho una laurea in lettere a chilometro zero). I progetti, almeno quelli, non mancano. Socialmediacoso di mestiere, giornalista per passione, canto il calcio come se fosse una storia d'amore e perdo amori come fossero partite di calcio. Ma resto un tipo sportivo: ho inventato la rubrica "U Bàr ie fort" - 100 racconti romanzati sul Bari (cristianocarriero.me) e sono il co-ideatore di Che Storia La Bari.

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