Le Storie

La porta scorrevole

Era andata male. Molto male. Per il risultato, per come era arrivato. Non avevamo perso 10-0, ma due pareggi  forse rodono dentro anche di più. Due maledettissimi pareggi, come dire perdere un Giro d’Italia per un maledettissimo centimetro. “I centimetri intorno a noi sono dappertutto” e Dio solo sa quanto vorremmo essere allo stadio Ogni Maledetta Domenica. Il sabato è fatto per svagarsi, mica per rodere dietro al calcio. Eravamo lì, a un centimetro dalla finale dei playoff. E diciamocela tutta: non ci avrebbero mai e poi mai impensierito quelli del Cesena. Avremmo invaso il Manuzzi e ci saremmo presi tranquillamente ciò che è diventato nostro di diritto, mica per grazia ricevuta. Ma niente, il calcio è donna: bello e maledetto. E con due pareggi con la squadra forse più forte tra i terrestri della B esci di scena, giù il sipario, the end.

Succede a volte che pensi di essere invincibile e cadi rovinosamente a terra, come fece Achille. Bello lui, a credere di essere immortale. Poi ti arriva una stilettata infame sul tallone (che poi come hanno fatto a prendere una mira così?) e anche il Divino Achille cade a terra. Ci sentivamo Achille, invincibili. E lo siamo stati per mesi. Una città intera impazzita, un uragano di emozioni, una linfa vitale che neanche Godzilla. Chi ci avrebbe fermato? Chi, di grazia? Il Latina, una neopromossa che all’inizio del campionato davano già quasi tutti per spacciata che, invece, ha meritato di arrivare dove è arrivata. E noi lì, come se fossimo su quell’aereo, coi ragazzi, a immaginare le loro facce al ritorno.

Li avevamo aspettati ovunque: in stazione, in aeroporto, quasi li avremmo aspettati sotto casa. Come facevo io, qualche anno fa, mentre la mia lei si faceva attendere ai primi appuntamenti. Avrei aspettato per ore, sbuffando e imprecando. Alla fine sarei stato felice come una Pasqua comunque, fossi anche morto lì sotto, di fame e di sete. Li abbiamo aspettati in stazione, l’abbiamo invasa e pervasa di troppo amore, come solo i Baresi sanno fare. Abbiamo vestito di bianco e di rosso la stazione centrale. E poi l’aeroporto, fresco di rinnovo, l’abbiamo riempito di cori all’arrivo dei ragazzi. Voglio sapere ora quanti tifosi della Juve o dell’Inter sono andati a prendere la squadra all’aeroporto, dopo una semplice vittoria contro il Chievo o il Sassuolo. Ditemelo, perché io non mi capacito più. Noi ci siamo stati, da innamorati, non da tifosi.

Ditemelo, e soprattutto ditemi quanti avrebbero riempito un’aerostazione con sciarpe, canti e cori dopo una finale play-off, di Serie B, peraltro neanche raggiunta. Qualcuno lo chiama tifo, io lo chiamo amore, differenza di vedute. Perché il calcio è come una donna: bello e maledetto. E nelle facce dei ragazzi c’era la tenerezza di un bambino, che vede rotto il suo giocattolo più bello in una sera di maggio. Dalla porta scorrevole escono alla spicciolata. Non ci può essere sorriso che tenga, perché loro ci hanno creduto veramente. Le teste sono basse, sembrano chiedere scusa. Ma quale scusa? Ma quale testa bassa? E invece loro sentono addosso il peso di un fallimento, sportivo s’intende. Abbiamo provato a consolarli, ad appoggiare le nostre mani sulle loro spalle dicendo “non fa niente, sarà per il prossimo anno”. Esce anche Giovanni Loseto, e piange. Lui, vecchio cuore biancorosso, mastino indimenticato e indimenticabile si scioglie davanti agli applausi di tutti, dei bambini soprattutto. Forse quest’anno è servito proprio a questo: a riportare la Bari nei cuori dei bambini, a riportare le famiglie allo stadio, a vestire i piccoli con maglie e sciarpe della loro città. E fanculo agli squadroni, “io tifo te”.

Da quella porta esce un sogno infranto, esce anche Guarna che forse è anche più teso di quando esce dall’area piccola. Esce Sciaudone, e non scatta fotografie. Esce Beltrame, e prima di tutti esce Samnick. Anche chi ha giocato poco ha la testa bassa. Fossati e Albadoro hanno anche gli occhiali. Troppo orgoglio per far vedere gli occhi lucidi. Esce Sabelli, qualcuno fa le foto. Il bambino si arrampica sulla ringhiera e sventola la bandiera. Edgar Çani sembra uno dei più tristi. Voleva ringraziare Bari e secondo lui non c’è riuscito a pieno. Ma lui non sa invece che ora faremmo carte false per rivederlo l’anno prossimo. Questa volta siamo noi a doverti qualcosa, caro Edgar. Ti dobbiamo un sogno chiamato Serie A. Non importa che ci siamo svegliati. Fino a poco tempo fa neanche si riusciva a dormire. Tu invece ci hai fatto esultare di gioia e ci hai fatto credere che un cambio di rotta, a Bari, era possibile. Tu e gli altri, insieme a noi. Esce Polenta, col berretto al contrario e la bocca impastata di rabbia.

Vorremmo dirvi tante cose, consolarvi. Vorremmo potervi vedere ancora festanti, come quando siete usciti sempre da quella stessa porta dopo Varese o Trapani o Padova. Vorremmo poter dire di essere dentro “Sliding Doors” e vedere come sarebbe stato se avessimo vinto. Ma è il risultato quello che conta nel calcio e la porta scorrevole dell’aeroporto di Palese non si apre due volte per la stessa persona. Vorremmo potervi accogliere con le braccia alzate e “forzaaa la Bari alèèè”, vorremmo potervi vedere in Serie A. Ma non è successo perché il calcio è un gioco infame. Vorremmo potervi dire “ce l’abbiamo fatta, tutti insieme”, vorremmo potervi dire “l’abbiamo ripresA”. E invece, ci tocca consolarvi, all’uscita dell’aeroporto, voi con le teste basse e noi a tentare l’impossibile.

Il pullman è già pronto per riportarvi chissà dove, ora che il campionato è finito e le vacanze si avvicinano. Le teste sono pesanti e fisse su ciascuno di noi. So che non ve lo aspettavate ma dovevamo in qualche modo ringraziarvi. E il nostro modo è questo, plateale e sguaiato, colorito e festante. Non è vero che non c’è nulla da festeggiare. Ci sarebbero da festeggiare 25 ragazzi che hanno ridato dignità a uno sport che in città era morto e sepolto, ci sarebbero da festeggiare 25 uomini che forse con Bari c’entrano poco ma che per quella maglia hanno sudato e sofferto, ci sarebbe da festeggiare una città intera che si è accorta di nuovo di avere una squadra di calcio e che forse sarebbe ora di tifare tutti dalla stessa parte, ci sarebbero da festeggiare i seggiolini non più vuoti del San Nicola… e ci sarebbe da festeggiare una squadra capace di mandare a quel paese il calcio scommesse e tutta la merda che abbiamo subito una volta per tutte. Ciò che si festeggerà, invece, sarà una non-vittoria, in Piazza Prefettura. Perché chi ti ama, ti sostiene sempre, anche quando tutto sembra andare a farsi fottere.

Non resta che quel pullman, coi vetri grandi ed Edgar Çani, seduto dietro al centro che saluta. Quasi a dire “scusate”, quasi a dire “all’anno prossimo”, quasi a dire “riprendiamolA”.

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Mauro Notarnicola

Mauro Notarnicola

Ingegnere ambientale, locorotondese doc come il vino, storyteller per sbaglio e per amore (del Bari), tifoso sportivo all'ennesima potenza, biancorosso causa università. Alla fine dei conti mi reputo una persona normale (ma è solo un'opinione personale).

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