Le StoriePartite

#quandoeradipochi di Lino Carella

Mancano due giorni alla serata di Capodanno; Bari è addobbata per le feste, in molti si organizzano per il veglione di due giorni dopo e la squadra, orfana ormai da mesi di una società assente, non è al top ed i risultati delle partite precedenti sono disastrosi tanto che la classifica ci piazza pesantemente al quint’ultimo posto.
Sono ancor lontani gli effetti mediatici di “comprate la Bari” o “‪#‎chestorialaBari”.
Sono le 20.30 quando mi squilla il telefono e dall’altro capo Francesco il Tabacchino mi chiede se fossi pronto per partire a Novara; io, pregustandomi da lì a pochi minuti un film sul divano con moglie e figlio gli rispondo con un diniego garbato; ma dopo vari e vani tentativi di dissuadermi dalla mia posizione iniziale sapendo dove colpirmi, Francesco affonda il colpo con la frase: “se non vieni tu, non vado nemmeno io e c’è il rischio che la pezza non parta”.
Chi ha frequentato una curva, chi ha vissuto anche per un solo anno da Ultras, conosce bene le parole che si utilizzano nel nostro gergo e se la pezza (o striscione che sia, o simbolo che segue la squadra in ogni trasferta) non parte, è una sconfitta non solo per una curva ma di un’ intera città. Quel giorno chi ha degnamente portato la pezza dopo la chiusura dello striscione Ultras non poteva muoversi per motivi di famiglia e serviva almeno una macchina per arrivare a Novara poiché l’alternativa treno non era fattibile.
Al “…non parte…” scatta l’istinto Ultras che ti fa dimenticare per un istante che hai una famiglia, una certa età, che Natale e Pasqua non esistono, che biglietto o non biglietto per lo stadio non è un problema, che Novara dista 1000 chilometri solo per arrivarci e altrettanti per il ritorno, che hai pochi soldi nel portafoglio e li dovrai chiedere in prestito e restituirli.
La risposta naturalmente fu “ va bene a che ora passi a prendermi?”; al “tra dieci minuti sono da te”, scatta la fase due: i vestiti che indossi sono da 12 ore sul tuo corpo ed il tempo che si ha a disposizione è così poco che più che una sciacquata di faccia non puoi pretendere mentre corri a riempire lo zaino con un’altra felpa, una sciarpa e il caricatore del telefono.
Il tempo di salutare con un bacio figlio e moglie (immaginate la sua faccia di fronte al mio: “amore arrivo a Novara e torno”) e mi ritrovo con Francesco e VitoMartù in macchina con delle freschine appena ritirate in enoteca; nel giro di un’ora bastano due telefonate a MimmoPoeta e VitoMì per riempire la macchina e arrivare al club per prendere la pezza da CiùCiù che, sconsolato per non poter essere presente in quella trasferta, ci guarda come a volerci dire, anche se non espressamente, “mi raccomando alla pezza”.
E anche quel giorno la pezza partì per essere presente il giorno dopo in uno stadio che poteva essere il Maracanà o il Santiago Bernabeu o il Meazza o semplicemente il Menti. Tabacchino, ormai il mio socio di trasferte da anni, si mise alla guida e per lo meno sino a Pescara tra chiacchiericcio e birra si parlò di tutto e del niente. Poi qualcuno prese sonno e si risvegliò direttamente al casello di Novara.
Prendemmo posto in curva e ci ritrovammo con Big Luciano alias Sirchiatore e Dario e facemmo gruppo anche grazie agli immancabili ragazzi che lavorano e studiano al Nord e VitoMartù riuscì anche a lanciare qualche coro. Vincemmo grazie a Sciaudone ma la nostra vittoria fu che anche stavolta il simbolo del gruppo, della città fosse presente in trasferta. #chestorialabari ‪#‎quandoeradipochi

 

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Tutte le storie inviate dagli amici di "Che Storia La Bari": tifosi, appassionati, amici e perché no anche nemici. Anche se, per il nostro modo di intendere il calcio, i nemici non esistono.

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