Le Storie

Quello che non ci siamo detti su Romizi

Alla fine del campionato 2014 sarei stato pronto a giurare che Romizi avrebbe avuto una carriera brillante. Che l’avremmo visto a Bari per qualche tempo ancora, e poi sarebbe approdato in serie A, magari proprio alla stessa Fiorentina che l’aveva lanciato. Come tanti, mi sbagliavo, ma ho continuato a pensare che fossero gli allenatori, che nel frattempo facevano la staffetta sulla panchina del Bari, a non capire il ragazzo. Ma come? L’unico che corre? L’unico che si danna l’anima? Vogliamo 11 Romizi. Ma con il passare del tempo, a memoria verso aprile del 2016, ho maturato una convinzione diversa. Non poteva essere lui l’incompreso. Perché, nell’ordine, Mangia non lo capiva, Nicola non lo capiva, Camplone non lo capiva, Stellone non lo capiva. Alla fine non l’hanno capito nemmeno Colantuono (che a sua volta non ha fatto nulla per farsi capire da noi) e, non ultimo, Grosso.

Alla fine resta di Romizi una bella e sincera lettera su Instagram e il saluto del suo compagno di stanza, e non solo, ci torneremo, Sabelli. Anzi, visto che ci siamo, torniamoci subito. Perché a Bari siamo tifosi, un po’ come tutti, con la memoria corta, ma quando ci fermiamo a riflettere, siamo in grado di fare distinzioni. Cosa accomuna Romizi a Sabelli? Entrambi sono stati due protagonisti della meravigliosa stagione fallimentare, quella delle finale play off sfiorata, quella che da anni funge da termine di paragone non appena la squadra ci sembra pigra, poco motivata, poco attaccata ai colori. È un destino che accompagnerà tutti i prossimi giocatori del Bari fino a quando, mi auguro presto, non verrà fuori una nuova squadra da ricordare. Sono passate diverse stagioni, e per Sabelli e Romizi le cose si sono complicate. Perché i ricordi si affievoliscono, molti loro compagni di allora sono tornati all’anonimato, qualcuno (pochi, in verità) hanno fattola loro strada in serie A, loro sono rimasti qui. Sospesi.

Romizi

Io credo fermamente nel grado di professionismo di questi ragazzi, per cui rifuggo immediatamente dalle accuse di scarso impegno che qualcuno ha imputato ad entrambi. A maggior ragione perché quando gioca, Romizi, è sempre “quello che si danna l’anima”. Credo non sia mai mancato l’impegno da parte sua. Né tantomeno l’attaccamento, perché Romizi (di cui conservo una maglia, preziosa, che mi regalò durante una presentazione di Che storia la Bari) a Bari era davvero legato. Così come Sabelli, e molti altri che qui hanno trovato un posto felice. Faccio fatica anche a parlare di infortuni e problemi fisici, perché non sono un esperto, anche se è evidente che nessuno dei due abbia goduto di ottima salute in questi anni, e questo purtroppo è una selezione naturale per chi può stare ad alti livelli e chi no. Un vecchio fisioterapista che mi aveva curato una tendinite mi diceva “Ragazzo caro, mica tutti possono fare i professionisti, è una cosa naturale. Se tu acceleri sei fottuto. Ma non ti preoccupare, è un problema anche di Ronaldo”. All’epoca Ronaldo correva, e andava più veloce di tutti. Ma quel fisioterapista aveva previsto tutto, sia per me, che ero persino lento, che per il fenomeno. Sarei stato curioso di vedere cosa avrebbe detto di Romizi.

Io posso soltanto dire che tatticamente, ho smesso di capire Romizi qualche anno fa. Perché ci sono giocatori che corrono tanto, e si impegnano più di altri, ma spesso corrono a vuoto. Ho visto percorrere a Romizi un’infinità di chilometri che quasi mai hanno fruttato (statistiche alla mano) più di due – tre recuperi a partite. Per i recuperi guardate alla voce “Perrotta” e per una volta, nel rivedere questa meraviglia di Cassano, concentratevi solo su quello che fa il futuro centrocampista campione del mondo.

Non molto meglio Romizi in fase di costruzione. Rispetto al ragazzo che veniva dalla Fiorentina, e che nei primi anni aveva giocato anche da regista, negli anni questa caratteristica, preziosa per le squadre che vogliono imporre la propria idea di gioco, è andata perdendosi. Di quella conclusiva parlano i tabellini, e l’ultimo gol è del 2015. Un centrocampista moderno, a livelli medio-alti, a fronte di una costruzione di gioco debole, e di poche reti, ha buone possibilità di imporsi solo se si chiama Gattuso. Altrimenti fa fatica e a 26 si ritrova in Serie C, che è comunque un campionato dignitoso, specie in piazza come Vicenza, ma non è ciò che io avevo immaginato per Romizi. Questo non vuol dire che l’ex numero 4 non sia un giocatore utile, ma forse può aiutare a rivalutare alcuni allenatori che sono stati criticati solo perché non facevano giocare Romizi. Un giocatore che tifosi e giornalisti adorano, e al quale auguro le migliori fortune a Vicenza. Ma se nell’idea di Grosso Romizi non fa parte del progetto, allora non fa parte nemmeno della mia. Il like sulla foto di Instagram l’ho messo però. Perché Romizi si impegna sempre, è l’ultimo a mollare, e ama la città. E questo nessuno glielo potrà mai negare.

 

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Cristiano Carriero

Cristiano Carriero

Classe '79, calciatore mancato (troppo estroso), chitarrista mancato (suono ai falò a ferragosto), professore mancato (ho una laurea in lettere a chilometro zero). I progetti, almeno quelli, non mancano. Socialmediacoso di mestiere, giornalista per passione, canto il calcio come se fosse una storia d'amore e perdo amori come fossero partite di calcio. Ma resto un tipo sportivo: ho inventato la rubrica "U Bàr ie fort" - 100 racconti romanzati sul Bari (cristianocarriero.me) e sono il co-ideatore di Che Storia La Bari.

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