Le Storie

Un migliaio di talenti, nessun campione

“Eppure il Bari uno scudetto l’ha vinto!” “Ma come? Non avevamo vinto solo la Mitropa Cup?” “Eh sì, ma abbiamo vinto pure uno Scudetto Primavera!” “Capirai…”

Il calcio è davvero crudele, a volte. Ho sempre pensato a questo meraviglioso sport come fatto di un unico grande bivio. Da una parte c’era Antonio Cassano, scapestrato fantasista con i piedi d’oro, finito persino a giocare nel Real Madrid; dall’altra c’era Hugo Enyinnaya, centravanti dirompente, finito a calcare i campi di provincia laziali. Eppure partirono tutti da quella grande impresa del Bari di Fascetti: senza attaccanti, non avanza Giorgetti come al solito. Prende due ragazzi della Primavera e li getta nella mischia. 1-2 pauroso, nasce la stella del “Pibe de Bari”. Per Hugo, invece, è solo l’inizio della fine, una parabola che non ha nemmeno la forza di incurvarsi.

Il Bari Primavera. Quando ancora non si usava il termine “Cantera” bensì soleva chiamarsi “Vivaio”. Quando il Bari veniva dalla vittoria del Torneo di Viareggio, di fatto, ancora oggi, la manifestazione calcistica giovanile più importante d’Italia dopo il Campionato. Quando il Bari veniva dalla vittoria della Coppa Italia di Categoria. In panchina Arcangelo – Lello per tutti – Sciannimanico. Un guru per tutti i ragazzi della Bari nel pallone. Proprio allora, quella squadra stupisce tutti arrivando in finale scudetto contro il Milan. È l’8 giugno del 2000 ed è qui che la storia cambia.

Il Milan, la superpotenza degli anni ’80 e ’90, presentava una squadra apparentemente imbattibile. Di lì a poco Budel, Donadel e Aubameyang sarebbero andati in prima squadra (pur con poca fortuna). Ma era solo l’ossatura di una squadra destinata a far parlare di sé. Succede che nei novanta minuti di quella finale si è ancora sullo 0-0. Ci vogliono i supplementari per decidere una sfida come quella, tra una corazzata e degli sbarbatelli con una cisterna di talento che sta per esplodere.

È il 7’ del primo tempo supplementare e Lafortezza batte un calcio di punizione. Moris Carrozzieri – sì, proprio lui – svetta più alto di tutti e supera il portiere Musella. È l’apoteosi! Ma non è questo che vogliamo raccontarvi. Le vittorie rimangono negli almanacchi o sui racconti degli esperti. Su quella squadra, data come fucina di campioni, si abbatte una tempesta. Una serie di porte sbattute in faccia, promesse non mantenute, “sliding doors” che, nel calcio come nella vita, non lasciano scampo. Per molti, praticamente per tutti, quella fu la vittoria più importante nella carriera. Per tutti, nel migliore dei casi, fu l’ingresso nei campi di provincia. Per alcuni l’ingresso nel dimenticatoio.

Quello scudetto porta la firma – e i guantoni – di Antonio Narciso, che dopo tre anni solamente inizia a calcare il “Tursi” di Martina Franca e fermarsi poco tempo in B. Paga il prezzo della “maledizione” calcioscommesse, un po’ come la squadra che lo ha lanciato, con una condanna a un anno e tre mesi. Porta la firma di uno tra i più forti difensori del calcio dilettantistico pugliese come Giuseppe Abbrescia (molti i campionati di Eccellenza vinti dal centrale difensivo).

Quello scudetto è la storia di Nicola Fumai, il capitano dei galletti Campioni d’Italia Primavera, finito anch’esso tra le fila delle grandi squadre dell’Eccellenza Pugliese. Ma soprattutto è la storia di Antonio Lafortezza, metronomo di Valenzano, dato praticamente per trasferito all’Inter. Fuorché far saltare tutto per un banale incidente in moto con annessa frattura. Fuorché abbandonare il suo talento e dedicarsi alla vita di tutti i giorni. Fuorché finire in carcere per favoreggiamento. Forse solo Moris Carrozzieri è riuscito ad arrivare in alto col calcio giocato. Salvo poi incappare, anche lui, in una squalifica per doping (metaboliti della cocaina).

Ma è proprio Enyinnaya che rappresenta meglio il destino amaro di questa squadra. Salito agli onori delle cronache per il gol – e che gol – all’Inter, la sera in cui Cassano diventò Cassano, viene bloccato da infortuni, avventure in Serie C prima, in Polonia poi. Abbandonato al suo destino dal procuratore, dopo alcuni episodi di razzismo, torna in Italia, precisamente nel Lazio salvo poi fare rotta per la sua patria, la Nigeria, e far perdere le sue tracce.

Non si sa per quale assurdo motivo, ognuno di questi campioni d’Italia poi non sia mai riuscito ad incidere nel calcio che conta. Per giunta, alcuni sono finiti nel mirino della giustizia (sportiva o ordinaria). C’è chi il calcio lo ha abbandonato, c’è chi è rovinosamente sceso di categoria. C’è chi è rovinosamente caduto in disgrazia personale. Non si sa se la “colpa” di tutto questo destino avverso sia solo loro. Ma mi piace, per una volta, che la storia sia stata fatta da quelli che, agli occhi di tutti, sono diventati poi dei perdenti. Per una volta gli almanacchi hanno parlato di loro, per una volta le luci della ribalta si sono accese su gente normale, per una volta la storia è stata scritta da degli scapestrati. D’altronde, a Bari non poteva andare diversamente. Perché, diciamocela tutta, “Bari è troppo pigra per farsi una canzone. Ha un migliaio di talenti ma non ha un vero campione”.

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Mauro Notarnicola

Ingegnere ambientale, locorotondese doc come il vino, storyteller per sbaglio e per amore (del Bari), tifoso sportivo all'ennesima potenza, biancorosso causa università. Alla fine dei conti mi reputo una persona normale (ma è solo un'opinione personale).

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