Le StoriePartite

Zoologia di un campionato

Di chi hanno paura gli elefanti? Sembrerà strano, viste le rispettive stazze, ma una recente ricerca ha stabilito che pare temano molto le formiche. E i lupi, di chi hanno paura? Le favole che si raccontano ai bambini ci farebbero pensare ai cacciatori. Ma le favole non si raccontano soltanto ai bambini, e anzi, esistono favole che si vivono in prima persona.

Una delle favole destinate non soltanto ai più piccoli è quella che da qualche mese vive il Bari. Bari che una volta, volendone pronunciare per intero il nome, chiamavamo Associazione Sportiva Bari e che ora, con la nuova società, ci siamo abituati a chiamare FC Bari 1908. Football Club Bari 1908. Ha qualcosa in più, questo nome. Qualcosa di “british”. E a me, appassionato di calcio inglese, fa venire in mente match internazionali, trasferte oltremanica, stadi di proprietà da raggiungere in metro, match program in vendita davanti allo stadio, panini con la salsiccia e pinte di birra al pub. Ma non voliamo con la fantasia. Anzi, non voliamo proprio. Restiamo a Bari, meglio ancora, a Palese. Ci torneremo. Anche fisicamente.

Parlavamo di elefanti e di lupi. E di favole. A guardare la serie B di quest’anno c’è da dire che no, non sono le formiche a far paura all’elefante. E non è neanche il cacciatore a sparare le sue cartucce ai lupi. No. È un galletto. O quel che ne rimane, dopo un controverso restyling del logo societario. Un galletto che c’è ma non si vede. Due animali temibili, l’elefante e il lupo, simboli di due squadre – Catania e Avellino – ancor più temibili dei rispettivi emblemi. Il Catania strafavorito alla vigilia del campionato, la squadra che doveva annichilire il torneo cadetto, con un organico quasi inalterato rispetto a quello con cui ha disputato l’ultimo campionato di A e rinforzato da giocatori di assoluta categoria. Calaiò, Rosina, Almiron, Fabian Rinaudo (convocato dall’Argentina come riserva agli ultimi Mondiali), Spolli, Rolin, Castro, Sebastian Leto (uno passato da Liverpool, Olympiakos e Panathinaikos e che ha giocato in Champions League e in Coppa Uefa). E quell’Edgar Cani che vabbè, il campionato scorso ce lo ricordiamo tutti: la sua doppietta al Novara mi fece commuovere. In quell’occasione detti la colpa all’età che avanza e che ci fa diventare tutti più sentimentali, ma non so quanto quella teoria fosse valida. Insomma, alzi la mano chi, potendo, non avrebbe scelto alcuni di questi giocatori nella sua squadra. E l’Avellino? Quell’Avellino che, tornato in cadetteria l’anno scorso, non ha perso tempo e ha fatto capire che non era lì per caso. Squadra tosta, cattiva, ruvida, con giocatori di corsa e talento e un pubblico che, quando giochi al Partenio, contro di te non ne hai undici, ne hai venti.

Nonostante mille difficoltà, il galletto ha messo sotto l’elefante etneo e i lupi irpini. Con due partite toste, grintose, diverse tra loro ma contrassegnate dallo stesso esito. I sei punti complessivi, che in una settimana raddoppiano il numero di gol segnati dalla squadra di Mangia (tre contro i siciliani e quattro contro i campani sono sette dei quattordici totali), creano una mini-serie positiva – due vittorie e due pareggi nelle ultime quattro partite – e soprattutto permettono di salire al quarto posto in classifica, a pari merito a 15 punti con molte altre squadre ma prima tra queste per differenza reti. Parafrasando Sidney Pollack, Robert Redford e il loro condor, “I sette giorni del galletto”.

Al Massimino, Catania-Bari è il big match. Il piatto forte dell’ottava giornata di un torneo cadetto posticipato alla domenica, e come tale “nobilitato” dalle telecamere di Sky Sport 1 e dall’anticipo alle 12.30 (per la gioia di chi ha fatto nottata e di chi scenderà in campo: scelta saggia, quella di far correre per 90’ poco dopo mezzogiorno ventidue uomini sotto il sole siciliano di metà ottobre). I tifosi di casa vedono i fantasmi: in pochi mesi son passati da un calcio spumeggiante a una squadra in balia di ogni avversario e a una conseguente retrocessione. Una storia segnata, che a Bari conosciamo bene. La squadra che doveva ereditare il ruolo di favorita dal Palermo dell’anno scorso è invece invischiata nella lotta per non retrocedere. Ok, è l’ottava giornata, l’uploading del campionato dice “20%”, ma andateglielo a dire voi ai tifosi. Un tifoso sarà sempre preoccupato, teso, ansioso. Starà male, anche fisicamente e a distanza. Per definizione.

I rossoazzurri non scendono in campo più che incerottati: una dozzina di indisponibili, gente fuori ruolo, centrocampisti chiamati a fare i terzini (Garufi), terzini chiamati a fare i centrali (Peruzzi), debuttanti assoluti dal primo minuto (Escalante) e in corso d’opera (Parisi). Un cantiere. Ma gente come Rosina, Calaiò e Martinho fa paura sempre, anche in una squadra che in campo fa jam sessions col pallone. Per fortuna che a Catania fa caldo anche sugli spalti: i padroni di casa sentono la pressione e partono malissimo, col gol a freddo di Caputo nato da una rimessa laterale battuta in maniera intelligente. Il pareggio arriva dopo qualche minuto, col primo di due rigori dubbi che Rosina non sbaglierà.

Dovendo scegliere un protagonista di questa partita, mi viene in mente solo un nome. Che poi è anche una questione di destino: parli di galletti e di elefanti, e ‘sta partita non può non risolverla un altro esponente del regno animale. Una zanzara. Una di quelle che ormai non invochi neanche più il grande freddo, perché a casa te le ritrovi anche con la sciarpa e lo scaldacollo. Sul campo, la zanzara è solo una, De Luca Giuseppe da Varese, classe ’91, classe e sfacciataggine concentrate in 168 centimetri (per info su cosa voglia dire giocare a calcio con quell’altezza, telefonare a Gianfranco Zola). Finora, ce lo possiamo dire, la zanzara ha punto poco: a parte un gol al Savona in Coppa Italia che neanche alla Playstation, ha rotto le scatole a più di una difesa, ma complice un po’ di pressione, il passaggio da un modulo a un altro e forse un affiatamento con Caputo ancora da trovare ha fatto meno di quanto ci si potesse aspettare da lui.

È col caldo che le zanzare danno il loro meglio, e anche la zanzara biancorossa non è da meno. La prestazione di De Luca a Catania è sotto gli occhi di tutti: primo gol di rapina su cross di Stevanovic e amnesia di Anania ia ia oh (il secondo gol di testa dopo quello di Lanciano), secondo gol con un colpo di biliardo partendo da sinistra, evitando i marcatori, accentrandosi e fulminando il portiere. 3-1 e tanti saluti, San Nicola batte Sant’Agata. Il secondo rigore di Rosina serve solo a testare lo stato di salute delle coronarie baresi. Che reggono, senza grossi intoppi.

Ora, zanzare o meno , è a fine partita che succede qualcosa di importante. Succede che uno degli uomini simbolo di questa squadra, Daniele Sciaudone, finora piuttosto incupito se paragonato ai mesi scorsi, decide che è ora di tornare alle vecchie abitudini. E allora, vai col selfie d’ordinanza con la lavagnetta del quarto uomo e con quella richiesta un po’ sfacciata (e parecchio paracula): “Ci venite a prendere in aeroporto? I nuovi mica ci credono”.

Poveri illusi, i nuovi. A Palese (visto che ci saremmo tornati?) è il delirio . Mille persone ad accogliere la squadra, centinaia a sostenerla nella settimana di avvicinamento al match con gli irpini, con punte di cinquecento tifosi all’allenamento del giovedì. Cinquecento. L’anno scorso, per Bari-Modena (seconda partita in casa), i presenti erano 936. E a Santo Stefano, contro lo Spezia allora allenato proprio da Devis Mangia e sotto un nubifragio incredibile, poco più di mille. La verità è che siamo un pubblico strano. Passionali ok, in tante piazze d’Italia lo sono. Ma qui c’è altro. La capacità di infiammarsi è uguale e opposta a quella di deprimersi. Si è passati dai fischi finali contro il Modena – “fischi d’amore”, li ha definiti Mangia. Sono d’accordo, ma solo in parte: sono fischi indirizzati verso qualcuno su cui si ripongono grandi aspettative. Non è che se alla Scala fischiano il tenore lo fanno perché amano il tenore. Lo fanno perché ci si aspettava di più da lui. Ci sta – alle mille persone in aeroporto. Mi piacerebbe vederlo crescere, questo pubblico. Vederlo maturare, vederlo imparare a leggere una partita, capire i momenti di difficoltà, i momenti in cui chissenefrega se la palla la dai indietro, va bene lo stesso: non siamo il Barcellona, non lo siamo mai stati, dunque perché dovremmo iniziare a giocare calcio champagne? Orpelli inutili. Ma temo non avrò mai questa soddisfazione.

La settimana che ci porta al match con l’Avellino – anche questo di domenica, anche questo il big match della settimana – vede una piazza carica. Molto carica. Pure troppo, forse. E vede anche qualche cretino promettersi reciprocamente sui forum un po’ di mazzate, a causa anche dei casini di fine agosto accaduti durante lo scontro diretto di Coppa Italia, la partita del morso non sanzionato di Comi a De Luca e dei petardi lanciati dagli avellinesi verso i settori occupati dai tifosi baresi. Anche per questo viene predisposto un grandissimo spiegamento di forze dell’ordine. Diciamo che ci sono state vigilie più serene.

In un ambientino così, con gli ospiti che vengono a casa tua con l’intenzione di fare bottino pieno, a chi ti affidi? Va bene la sorveglianza privata, ok le telecamere a circuito chiuso, ma spesso un cane da guardia riesce a dissuadere più di un malintenzionato. Non necessariamente grosso, purchè sia agile e mostri i denti. Cuore, ma anche testa. Conta anche quella: mind games, li chiamano oltremanica, e pare che siano il cavallo di battaglia di un allenatore portoghese piuttosto famoso anche in Italia.

Quando il sottoscritto andava al liceo, il Bari un cane da guardia ce l’aveva. Un cagnaccio (Eugenio Fascetti lo chiamava così). Si chiamava Diego De Ascentis, era più biondo di Daniele De Rossi e in interdizione assomigliava abbastanza al romanista. Ebbene, in un Bari-Milan che – nel suo piccolo – passò alla storia anche per questo, Fascetti decise di schierare De Ascentis a uomo su George Weah. E non so se quella sera Weah ebbe il coraggio di dire “Tutto bene”.

Stavolta il cane da guardia del Bari si chiama Marco Romizi. Come De Luca, anche lui non è un gigante, ma fa bene quello che deve fare. Mordere, soprattutto. E talvolta segnare. Segna pochissimo, ma oh, son tutti bei gol. Pronti-via, qualche giro di lancette e il cane da guardia azzanna il lupo: un pallone giocato verso le zone centrali arriva sui piedi di Romizi, che non ci pensa due volte e tira. La palla schizza davanti a Gomis, che non ripete i miracoli della partita dell’anno scorso col Crotone e si fa beffare. I venticinquemila del San Nicola esplodono. Venticinquemila. Due settimane prima, col Modena, la partita dei fischi d’amore, erano la metà, tredicimila. Poi diverse centinaia in trasferta a Catania, mille in aeroporto, centinaia agli allenamenti. L’ho detto io che siamo strani.

Fortunatamente arriva subito il 2-0 di Caputo che a Catania ha eguagliato Tovalieri (toh, il Cobra) per gol fatti con la maglia del Bari e che con gli irpini lo supererà, perché l’Avellino non muore mai: Comi segna il 2-1, e anche dopo il 3-1 di Sabelli Castaldo accorcerà di nuovo le distanze. Solo il rigore in pieno recupero (ok, non c’era) fischiato per fallo su Sciaudone ci consente di respirare un attimo.

Di questa partita mi è rimasta impressa una cosa su tutte: la prestazione di Romizi. Uomo ovunque, più del solito, tra gol, conclusioni, tackle e qualche giocata pregevole. A memoria d’uomo, non ricordo negli ultimi anni una prestazione di un singolo migliore di quella di Romizi di domenica pomeriggio. Peccato solo per quel giallo che gli farà saltare la trasferta di Varese, ma d’altronde, ha fatto soltanto il suo compito: Marco è un cane da guardia, non un barboncino da compagnia.

Prima di Catania e Avellino avevamo già affrontato squadre riconducibili, in un modo o nell’altro, al regno animale: gli artigli del Grifone umbro ci avevano fatto malissimo già alla seconda giornata. Ma quella è stata una di quelle sconfitte salutari, perché con quaranta giornate davanti hai tutto il tempo per recuperare, e poi perché approcci sbagliati al match possono farti crescere, se capisci dove migliorare. Poi la zampata all’ultimo secondo del leone ciociaro al Matusa, con un pareggio al 96’ che brucia tantissimo (per quando è arrivato, più che per il come), e un altro pareggio coi canarini modenesi, tenuti per tutta la partita in gabbia, soprattutto dopo l’espulsione di Beltrame, ma contro cui è mancata la necessaria cattiveria.

L’imminente trasferta di Varese ci permetterà di abbandonare, ma soltanto momentaneamente, il regno animale, salvo tornarci subito dopo: tra i prossimi incontri, ricordiamo quelli col delfino pescarese (sperando di non dover rivedere uno stadio quasi militarizzato, visto che i rapporti con gli abruzzesi non sono mai stati ottimi), coi leoni della Pro Vercelli, col drago rossoverde, gli squali del Crotone, i falconi del Carpi, i leoni alati del Latina, le storiche rondinelle bresciane e, dulcis in fundo, le aquile spezzine. Un bestiario variamente assortito. In un campionato con tali e tanti simboli e che vanta anche la presenza, in panchina, di Castori (Carpi) e Drago (Crotone), l’obiettivo – mai celato, anzi, forse fin troppo sbandierato – è quello che il galletto sia lassù, tra le primissime, a dare la sveglia. A una città (che, come abbiamo visto, talvolta ne ha bisogno) e all’intera serie B.

VGA

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